genziana proprietà fitoterapiche

Cosa cura la genziana nella fitoterapia

Tra le tante piante utilizzate nella floroterapia la genziana è una delle meno conosciute, nonostante le sue indiscutibili proprietà terapiche. Scopriamo nel dettaglio come assumerla e a cosa ci può aiutare.

La Genziana maggiore, chiamata anche genzianella o Gentiana lutea L., è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Gentianaceae. Si presenta con fiori a campanula, principalmente di colore giallo, riuniti in verticillastri sopra un paio di foglie opposte. La più ammirata è la genziana di Koch (detta pure Gentiana Kochiana) che con la sua corolla a calice, di colore azzurro intenso, ravviva i prati delle Alpi e dell’ Appennino. In Valtellina è particolarmente diffusa la genziana purpurea che presenta fiori delicatamente profumati e dal colore rosa scuro intenso. Ma la più diffusa, nonché la più raccolta ed utilizzata, rimane la variante gialla. La radice contiene principi attivi a azione eupeptica, tonica, depurativa. Per questo motivo è molto usata nella fabbricazione di liquori e in erboristeria.

Come spesso accade, in natura esistono diverse varietà di piante simili tra loro. In questo caso, è assolutamente sconsigliabile raccogliere questo vegetale se non si è assolutamente sicuri che sia una genziana. Questo perché esiste il Veratro album: l’elleboro bianco è una pianta altamente tossica per l’organismo umano e animale.

Genziana maggiore, proprietà e caratteristiche
Fitoterapia con Genziana, le origini
Utilizzo radice genziana
Effetti collaterali genziana
Conservazione radice di genziana

Genziana maggiore, proprietà e caratteristiche

Tornando a parlare della genziana, essa è tipica dell’Europa centro meridionale. Predilige quindi terreni poco umidi ed è diffusa in prati e alpeggi fino ai 2000 metri sopra il livello del mare. Oltre ai fiori, ha un caratteristico fusto lungo e robusto con foglie folte ed ovali alla base che tendono a diventare più piccole mano a mano che si sale ai fiori in cima. La radice è molto grande e spugnosa, con un odore dolciastro ed un sapore amarognolo. Non per nulla, essa è utilizzata come base per la maggioranza degli amari alpini. Essa viene raccolta in primavera o in autunno, ripulita dalla terra in eccesso, tagliata in pezzi ed essiccata al sole finché non diventa di colore giallo. Senza il processo di essicazione sarebbe impossibile consumarla, in quanto fresca rilascia una tossina altamente velenosa. Le sue proprietà fitoterapiche la rendono una pianta molto ricercata, tanto che in Italia la sua raccolta è stata vietata in molte regioni. In alternativa, è stata regolamentata da apposite leggi in altre, come del resto la raccolta di determinati funghi ed erbe selvatiche. Solamente chi ha l’apposita autorizzazione e licenza può cimentarsi al raccolto, sennò si rischiano sanzioni molto pesanti.

genziana proprietà fitoterapiche

La radice è moto ambita in quanto si trova un principio attivo molto importante chiamato genziopicrina (il quale conferisce il tipico gusto amaro) e i principi attivi della amarogenzina, la sostanza più amara che si conosca. Pare che la combinazione delle due sostanze sia molto ambita per trattare la dispepsia, disturbi gastrointestinali, flatulenza, ipo-secrezione gastrica, febbre, anoressia e la disappetenza nei bambini.

Fitoterapia con Genziana, le origini

Le prime notizie dell’utilizzo della genziana si hanno da Plinio e Dioscoride. La Gentiana lutea veniva usata da Gentius, re dell’Illiria il quale gli ha dato il nome e per primo ne ha descritto le ottime qualità farmaceutiche. Il sovrano è stato il primo ad utilizzare la radice di genziana macerata e poi bollita per guarire da una febbre molto alta. Col passare del tempo, gli alchimisti curavano i morsi dei serpenti, le malattie epatiche e digestive e per le sue proprietà lassative e febbrifughe. I Romani poi la utilizzavano allo scopo di curare i disturbi dell’apparato digerente e per le proprietà vermifughe. L’erba di san Ladislao, dal nome del Re Ladislao d’Ungheria. Una leggenda che lo riguarda racconta che durante il suo governo il Regno fu colpito da un’epidemia di peste. Per sconfiggere questo flagello, essendo divulgatore della religione cristiana, il re pregò intensamente e il Signore si rivelò in sogno sotto forma di angelo. Gli ordinò di scagliare una freccia, la quale colpì una piantina di genziana. Grazie ad essa, il re e i suoi alchimisti riuscirono a guarire i sudditi dalla tremenda epidemia.

Durante il Medioevo diventò un valido antidoto contro i veleni in quanto purificava il fegato e fu utilizzata come cura contro la malaria. Infatti, negli orti medievali non mancavano mai genziana, salvia e assenzio.

Utilizzo radice genziana

Le radici di genziana, come gli esperti insegnano, vanno raccolte tra settembre e febbraio e tra il quarto e il settimo anno di età della pianta. Esse vanno pulite dalla terra spazzolandole bene con una spazzolina, come i funghi. Anch’esse non vanno mai lavate, bensì tagliate a piccoli pezzi e lasciate asciugare in un luogo asciutto e ventilato su un graticcio. Bisogna attendere che la radice diventi di un colore giallo per essere considerata sicura.

Effetti collaterali genziana

Attenzione, però: anche se si parla di rimedi naturali e fitoterapia, non è detto che la pianta non possa dare effetti collaterali e non abbia controindicazioni. In ogni caso e specialmente se si assumono farmaci o medicinali per disturbi digestivi, è meglio consultare il medico che, in collaborazione con un erborista, potrà elaborare una prescrizione delle dosi. Si raccomanda comunque di attenersi ai dosaggi consigliati dallo specialista. Da evitare assolutamente di assumere la genziana in caso di ipersensibilità accertata verso uno o più componenti e nei pazienti affetti da gastrite, ulcera peptica, iperacidità, ernia iatale e/o esofagite anche perché la sostanza fa aumentare la gastrolesività di erbe e farmaci. Per lo stesso motivo, le donne in stato di gravidanza e durante l’allattamento non devono entrare in contatto con la sostanza.

Bisogna tenere presente che un tempo non esistevano antibiotici od ospedali, e gli antichi si affidavano alle proprietà officinali delle piante e dei minerali trovati dagli alchimisti, i dottori dell’epoca (e considerati stregoni o maghi). Ad esempio, lo zaffiro ha molte similitudini con la genziana. La sua formazione avviene nelle rocce magmatiche contenenti molto alluminio oppure nelle rocce metamorfiche. Il colore blu-azzurro dipende dal ferro e dal titanio ed è simile a quello della genziana, ma l’elisir di radice di zaffiro pare curi le malattie dell’intestino quelle del sistema nervoso, tensioni e insonnia. Ottimo per le malattie della vista e il mal di testa, basta appoggiare la pietra sulla parte dolente.

Del resto, l’aspirina deriva dall’albero di salice ed è il medicinale da banco più acquistato e usato a livello mondiale per curare dei piccoli disturbi. Anche in questo caso, chi ha problemi digestivi e di stomaco non dovrebbe abusarne.

Conservazione radice di genziana

Si è parlato di come e quando si deve raccogliere questa preziosa radice, ma non come si conserva. Il metodo più usato e più sicuro è quello dell’essicazione, in quanto così diventa più facile dosare il prodotto e preparare anche la tisana di genziana o il liquore.

Quando ci si addentra su questa strada del liquore alla genziana, bisogna distinguere due ricette italiane. La prima è quella tipica abruzzese e la tradizionale del Trentino Alto Adige. La differenza è che quest’ultima risulta più complessa, in quanto non si utilizza il vino bianco, bensì si fabbrica un distillato. Considerando che ci vogliono anche appositi macchinari, è meglio optare per la preparazione di tisane e del liquore d’Abruzzo: bevibile, amarognolo ma comunque con diversi gradi alcolici.

studio su cancro

La necessità di uno studio scientifico sulle diete anticancro

Sui metodi per prevenire il cancro e su come far sparire i tumori se ne sentono di tutti i colori. Capiamo sino a dove si parla con cognizione di causa e quando si espongono tesi alternative, senza alcun riscontro scientifico.

Chi purtroppo convive con questo brutto male, non può fare a meno di chiedersi cosa avrebbe potuto fare per evitare questa sofferenza a se stesso e ai propri cari. Eppure, i medici sono discordi sulle origini del cancro: si sa che un tumore si sviluppa per la presenza eccessiva di cellule anomale in una data parte dell’organismo e quello che mangiamo potrebbe essere la causa determinante di questa anomalia.

Per questo è fondamentale curare l’alimentazione: molti esperti ritengono che alcuni alimenti abbiano un vero e proprio ruolo preventivo e curativo. Inoltre, una dieta bilanciata aiuta a mantenere il peso forma, il colesterolo sotto controllo e la pressione stabile. Bisogna capire quale sia quella corretta, perché una dieta bilanciata deve essere cucita su misura al fine di considerarla la più giusta per le proprie esigenze.

Per questo motivo esistono medici specializzati, ovvero nutrizionisti e dietologi che, dopo aver visitato il paziente e appreso le sue abitudini alimentari, decidono con lui il regime nutritivo da seguire per un periodo di tempo limitato.

studio su cancro

Attenzione, però: questo non significa certo che mangiando bene si possono azzerare le probabilità di contrarre un tumore, semplicemente si riducono le ragioni perché questo accada. Sicuramente una dieta giusta, unita a un percorso di psicoterapia mirato a dare un sostegno psicologico a chi è affetto da un cancro maligno. Anche la psiche gioca un ruolo fondamentale nell’origine, decorso e addirittura guarigione da una forma tumorale. Quindi, siamo quello che mangiamo?

Cibo causa di tumore?
Frutta e verdura anticancro
Tumori, cosa non mangiare
I diversi tipi di cancro
Tumore al seno e alla prostata
Terapie anticancro alternative
Dieta giusta antitumore
Arance e cancro, la verità

Cibo causa di tumore?

Per capire se sia vero che l’alimentazione è una delle cause dei tumori, basta osservare lo stile di vita americano. La dieta giusta per un americano medio è ingurgitare grossi quantitativi di carne rossa. Infatti, i fast food e il barbecue fanno parte dello stile USA. Oltre ad avere soggetti obesi, anche dalla tenera età, si hanno anche uomini e donne a rischio ipertensione e cancro.

Come si fa a prevenire il tumore? Sicuramente, aiuta molto fare dei controlli medici regolari e stare attenti a come si mangia. Quotidianamente, il cibo che mettiamo in tavola tutti i giorni tende a presentarsi più spesso carente di vitamine e minerali. Questo perché chi coltiva frutta e verdura tende a farlo tutto l’anno con l’aiuto delle serre. La luce del sole contribuisce allo sviluppo di questi elementi nutritivi, mentre l’illuminazione artificiale fa solo crescere gli ortaggi.

Frutta e verdura anticancro

Frutta e verdura fanno recuperare sostanze di importanza vitale per la propria salute. Tuttavia, alcuni soggetti non riescono a digerire bene questi elementi. La causa primaria è l’eccesso di fibre: se la giusta quantità contribuisce a pulire l’intestino dalle scorie attraverso la defecazione, alcune persone soggette a determinate patologie all’apparato digerente possono andare incontro a disturbi anche gravi.

Norman Walker è considerato un guru del crudismo, del movimento vegetariano e soprattutto dei succhi vegetali. Nel 1936 ha scritto un libro dedicato ai succhi freschi di frutta e verdura, con particolare attenzione al succo di carota. Secondo il dottore, gli amidi concentrati, la carne e anche il rancore prolungato possono essere considerate le cause dell’insorgenza dei tumori. Il succo di carota crudo agisce da depuratore del fegato. Ma se l’individuo non si libera della frustrazione e del risentimento che si porta sin dall’infanzia, i può  bere anche un quintale di estratto fresco di carota ma senza risultati. Non bisogna credere che il betacarotene faccia male, in quanto è un antiossidante.

Tumori, cosa non mangiare

Molte persone, per attenuare il sapore dolce ma comunque strano della carota, tendono ad aggiungere latte o panna. Purtroppo, questi elementi vanificano i benefici, perché il latte tende a non far assimilare vitamine e minerali (alcuni medici addirittura consiglierebbero di assumere antibiotici ma non bere latte o bevande contenenti questo alimento).

Il latte è un cibo altamente proteico, mentre la panna è un grasso che, paradossalmente, passa attraverso un processo digestivo differente dal latticino e favorisce una eccessiva produzione di muco. Insomma, secondo Walker, il cancro si combatte con un mix di estratto di carota con quantità precise di estratto di sedano, di barbabietola, di spinaci, di radicchio, di cetriolo e di prezzemolo. Ovviamente, bisogna tenere conto che nel 1936 non c’erano le conoscenze scientifiche di oggi, ma già allora i farinacei, gli amidi complessi e le proteine animali in eccesso contribuiscono ad accumulare scorie nel colon. Anche gli zuccheri complessi possono favorire un certo tipo di cancro.

I diversi tipi di cancro

È stato provato che donne e uomini hanno diversi tipi di cancro. Ad esempio, il genere femminile ha più probabilità di contrarre un tumore al seno e all’utero, mentre i maschi hanno lo spauracchio del cancro alla prostata.

I tumori al cervello, ossa, fegato e utero sembrano avere origine nel consumo eccessivo di alimenti inorganici, soprattutto farinacei, e alla pessima gestione dell’accumulo delle emozioni negative. Uno stato mentale negativo e pessimistico favorirebbe l’insorgenza di cellule anomale. Inoltre, i tumori cerebrali indicano impurità nel sangue, le quali si concentrano e coagulano nei vasi sanguigni cerebrali.

Anche qui, basterebbe depurarsi attraverso una dieta giusta al fine di scongiurare questo pericolo. Le conseguenze possono essere anche letali, anche se oggi le operazioni chirurgiche con strumenti d’avanguardia sono efficaci nella maggioranza dei casi di cancro al cervello ancora operabile. I sintomi possono variare, in quanto dipende dalla zona colpita: possono esserci difficoltà di linguaggio, di movimento o perdita di memoria, ad esempio.

Terapie anticancro alternative

Diverso il discorso dello sviluppo del cancro al seno e alla prostata. La prostata l’hanno solo gli uomini, in quanto contribuisce all’eiaculazione, producendo una piccola quantità di liquido seminale. In condizioni normali, essa ha le dimensioni di una noce, ma con il passare degli anni o a causa di alcune patologie può ingrossarsi fino a dare disturbi soprattutto di tipo urinario, curabili con medicinali o con un intervento chirurgico.

Questa ghiandola è molto sensibile all’azione degli ormoni, in particolare di quelli maschili, come il testosterone. Il cancro al seno insorge dalla ghiandola mammaria: alcune cellule maligne ostruiscono uno o più lobuli o i dotti lattiferi, facendo sviluppare la massa tumorale.

Insomma, bisogna stare attenti a cosa si mangia e scegliere di cibarsi in modo sano potrebbe salvare la vita.

Dieta giusta antitumore

Come già detto, il guru del crudismo Norman Walker ha capito bene che mangiare frutta e verdura cruda poteva essere la soluzione migliore, nonché una corretta dieta antitumore. Il crudismo, ribattezzato raw food, consiste di seguire una dieta bilanciata senza però passare alle proteine animali e soprattutto alla cottura dei cibi, causa della perdita di preziosi elementi nutritivi. Il dott. Veronesi ha studiato la pericolosità dei grassi animali per quanto riguarda il carcinoma mammario, mentre ha trovato che frutta e verdura conferivano all’organismo una sorta di protezione per gran parte dei tumori grazie all’azione dei flavonoidi e isoflavoni.

crudismo alimentare

Franco Berrino conferma queste teorie, rinforzando la convinzione che le persone ad alto rischio cancro sono quelle soggette a glicemia alta e che consumano elevate quantità di zuccheri raffinati.

Tempo fa si era dibattuto su un metodo ideato dal Professor Di Bella. Esso consiste in un insieme di diverse molecole tra cui ormoni, farmaci chemioterapici e vitamine e il dosaggio è modificato a seconda delle esigenze del singolo. Non se ne parla più in quanto non esistono fondamenti o prove scientifiche che possano dare certezza che questo mix possa sconfiggere ogni tumore, però alcuni componenti della terapia Di Bella sono singolarmente utilizzati come farmaci antitumorali per alcuni tipi di tumori.

Il difetto dei medici, soprattutto gli oncologi, è quello di voler avere prove concrete dell’efficacia di una terapia. Oggi, le idee di Norman Walker sarebbero quasi da denuncia, visto che allora affermava che bastava il succo di carota e altri ortaggi per curare questo brutto male. Ovviamente, si possono utilizzare questi preziosi suggerimenti in combinazione con le terapie comprovate, quali intervento chirurgico, chemio e radioterapia. Franco Berrino ha studiato una dieta apposita per chi deve sottoporsi alla chemioterapia.

Consiste nell’introdurre cibi integrali, ad esempio il pane integrale a lievitazione naturale, il pane integrale con i semi di lino; o il riso integrale. Per chi fa chemio non vanno bene gli alimenti ricchi di fibre, in quanto i pazienti tendono a sviluppare coliti e infiammazione delle mucose. Inoltre, sono da evitare carni e formaggi. Insomma, una dieta bilanciata deve essere povera di carboidrati e ricca di grassi buoni, come quelli derivati dal pesce o dall’olio EVO.

Dieta giusta antitumore

Detto questo, è impossibile compilare una dieta giusta anticancro, visto che non esistono prove mediche inconfutabili che frutta e verdura possono curare le masse tumorali. Si sa che frutta e verdura fresca, preferibilmente assunta sotto forma di estratto, può aiutare a depurare l’organismo dalle tossine. Più o meno lo stesso effetto che si ottiene bevendo acqua tiepida e limone al mattino presto, a digiuno, in quanto previene il tumore alla prostata e soprattutto è una bevanda alcalina.

La differenza tra cibi alcalini e acidi è semplice: una corretta alimentazione prevede l’assunzione giornaliera di cibi dal ph basico e la riduzione dei cibi che rendono il ph dell’organismo acido, in quanto sottraggono elementi nutritivi e sostanze utili al corpo umano. Uno di questi è proprio il latte animale, ma anche molti frutti come ananas e mango, molto zuccherosi. Tanto che esiste anche una dieta alcalina, una sorta di associazioni alimentari come ad esempio:

  • cereali; frutta da consumare lontano dai pasti)
  • semi;  frutta da consumare lontano dai pasti)
  • verdure e proteine
  • verdure e cereali
  • frutta secca

Arance e cancro, la verità

Ad ogni modo, urgono studi seri per capire cosa si può effettivamente mangiare per mantenersi sani e non andare incontro al pericolo cancro e soprattutto alle fake news.

Un esempio di bufala è dato dal consumo di arance: pare che l’agrume sia fonte di poliammine, sostanze che, dicono, facciano sviluppare il tumore. Nulla di più sbagliato. Le poliammine provengono da tre fonti diverse: il cibo, la sintesi operata dai batteri del microbiota intestinale e la sintesi cellulare di tre aminoacidi: arginina, ornitina e metionina. La visione del sito dell’AIRC chiarirà meglio i dubbi sul legame alimentazione e cancro.

Sono sostanze indispensabili per la crescita cellulare, per la resistenza allo stress e per il processo di invecchiamento delle cellule, ma anche dello sviluppo delle cellule anomale tumorali. Quindi, meglio regolare l’alimentazione introducendo ad ogni pasto frutta e verdura di stagione fresca, non in scatola, e ridurre i cibi ricchi di zuccheri, amidi e comunque troppo lavorati.

dattero nell'alimentazione

Datteri fanno bene o fanno ingrassare ?

I datteri sono uno tra i frutti secchi più genuini e si rivela un alleato insuperabile per il nostro intestino. Impariamo a consumarli nella modalità migliore e quando vanno mangiati perchè non risultino indigesti.

I datteri sono originari dell’Africa e dell’Asia occidentale e non a caso, i principali produttori al Mondo sono Istraele, soprattutto nella varietà Medjoul, la Tunisia e l’Iran. Sono talmente presenti nella cultura araba da avere un nome differente, a seconda della tipologia di frutto, dei colori e quindi del grado di maturazione. I datteri della Tunisia vantano diverse proprietà come vitamine del gruppo A e B, fibre minerali come il ferro, ma anche il calcio, lo zinco e il potassio, potendo contare su valori nutrizionali di tutto rispetto.

dattero nell'alimentazione

Si tratta di frutti gialli e zuccherini che rientrano nella famiglia dei carboidrati e hanno il pregio contenere pochi grassi e quindi di prestarsi molto bene al consumo anche in regime dietetico. La convinzione che i datteri facciano ingrassare è errata, anche se come per tutti i cibi, occorrerà non esagerare. Ricordiamo a tal proposito che i datteri secchi, ovvero quelli sottoposti ad essiccazione, presentano un apporto calorico maggiore di quelli freschi, perchè hanno una concentrazione maggiore di carboidrati al proprio interno. Ad ogni modo, come termine di confronto, basterà pensare che seppur i datteri contengano più calorie e più carboidrati dei fichi secchi, in realtà quantitativo di grassi in essi contenuti è notevolmente inferiore.

In virtù di questa caratteristica di leggerezza, i datteri sono spesso inseriti nelle ricette dei dolci di Natale, usandoli in alternativa dello zucchero per conferire dolcezza all’impasto e confezionare dolcetti ugualmente gustosi, sotto forma di un delizioso sciroppo.

Magari meglio mangiarli a colazione, perchè capaci di sopperire al bisogno energetico di una mattinata di studio o di lavoro o preferirli come spuntino a merenda, anziché mangiarli la sera, quando potrebbero essere meno digeribili, ma anche meno utili, visto che ci apprestiamo a dormire e il bisogno di apporto energetico risulta superfluo. Se proprio si vuole trasgredire a questa regola, fatelo solo l’ultimo dell’anno, ma i datteri vanno consumati di mattina presto, altrimenti il discorso cambia.

A parte il loro invidiabile gusto, i datteri possano vantare tra le proprietà di fare molto bene all’intestino. E’ noto come un consumo quotidiano di questi frutti possa:

  • migliorare la digestione,
  • regolare la funzionalità dell’intestino,
  • aumentare la salute complessiva dell’apparato intestinale.

Tra i vantaggi più importanti offerti dal mangiare i datteri vi è quello di aiutare chi soffre di diarrea a ritrovare regolarità nell’evacuazione e al contrario, chi soffre di stitichezza, ad aumentare la frequenza in bagno. Sembra abbastanza evidente come l’attitudine al consumo di datteri aiuterebbe a ritrovare la giusta regolarità intestinale, apportando benefici evidenti, anche in periodi relativamente brevi. Per aumentarne la qualità lassativa si dovrà lasciarli in ammollo per un’intera notte e quindi consumarli a colazione, la mattina seguente.

“W la palma da dattero “, può essere un motto per tutti i soggetti stitici che hanno constatato in prima persona i benefici riscontrati sul piano della costipazione intestinale, visto i progressi ottenuti nello stimolare la fuoriuscita della cacca.

Ai datteri spetta un ulteriore riconoscimento: quello di avere una notevole funzione digestiva. A seguito di un’abbuffata alimentare o di una cena eccessivamente pesante è consigliato introdurre nel corpo qualche dattero per creare una sorta di protezione per l’intestino e quindi scongiurare eventuali problemi associati a quello che abbiamo mangiato. Il dattero è un amico dei tessuti intestinali, perchè utile a limitare bruciori di stomaco o dolori addominali, tipici di chi ha mangiato troppo o male.

Prima di esagerare con le dosi, bisognerà tener presente del quantitativo di zuccheri contenuti e quindi consumarli con una certa attenzione, perchè possono risultare anche abbastanza calorici. Soprattutto i pazienti afflitti da diabete, o con preoccupanti valori glicemici, dovrebbero essere più cauti ed ascoltare il parere del proprio dottore, prima di introdurre tanti datteri nel proprio regime alimentare e quindi aumentare potenzialmente il quantitativo di zuccheri nel sangue.
Altra categoria di persone che dovrebbe essere molto cauto nella scelta di datteri a tavola è quella di chi ha un’intolleranza al nichel. In questo caso infatti potrebbero provocare effetti collaterali come irritazione al colon e acuti mal di pancia.

Per uno sguardo d’insieme più completo, si suggerisce di controllare anche le indicazioni che provengono dal proprio gruppo sanguigno, perchè non è detto che il nostro sangue li tolleri completamente, anche se anticipiamo che i soggetti che appartengono al gruppo 0 possono mangiarli senza problemi.

importanza del fegato

Perchè il fegato è importante ?

Il fegato è la più grande ghiandola annessa al canale digerente e si trova in corrispondenza dell’intestino crasso ed ha un ruolo fondamentale all’interno del corpo umano.

Se posizioniamo due dita sotto le costole, nella parte destra, e premiamo verso l’alto, possiamo “tastare” il contorno del fegato. Questa ghiandola si trova in corrispondenza del diaframma ed ha un peso pari a 1500 grammi, quando è privo di sangue.

importanza del fegato

Quando il fegato è invece pieno di sangue il suo peso aumenta di un chilogrammo. Il suo aspetto è rosso scuro e viene diviso in 4 lobi:

  • lobo destro, che risulta il più grande;
  • lobo sinistro;
  • lobo anteriore;
  • lobo posteriore;

Collegato al lobo posteriore vi è la cistifellea, detta anche vescichetta biliare, che non è altro che un sacchetto di 50 centimetri cubi di capacità. E’ in questo luogo che si accumula la bile, riversandosi successivamente nel duodeno mediante un collegamento chiamato coledoco.
Il ruolo del fegato è centrale per il funzionamento dell’organismo, considerato che da qui partono 2 arterie di vitale importanza:

  • l’arteria epatica;
  • la vena porta.

E’ quest’ultima vena che è in grado di far arrivare parte delle sostanze che provengono dall’apparato digerente, grazie alla funzione dei villi intestinali. Un’altra vena, chiamata vena sovraepatica, si immette nella vena cava inferiore, permettendo al sangue di raggiungere il fegato.

Aspetto

Il fegato si presenta composto da svariati granelli, di piccolissime dimensioni, assai ravvicinati tra loro, chiamati lobuli epatici e da una membrana dura, molto resistente.
Osservati al microscopio, i lobuli hanno forma esagonale e servono per filtrare e depurare il sangue da eventuali elementi che lo possono intossicare.

Le funzioni del fegato

Anche se questa ghiandola presenta numerose funzioni, le più importanti sono 3:

  1. Sintesi e secrezione di bile.
    La bile viene sintetizzata dagli epatociti, ovvero le cellule del fegato, accumulata nella cistifellea e quindi escreta nel lume del duodeno.
    La bile è composta in gran parte da acqua, ioni, bilirubina, che è un pigmento derivato dall’emoglobina e sali biliari.
  2. Regolazione metabolica.
    L’apparato epatico controlla il livello di lipidi, carboidrati, amminoacidi circolanti. Tutto il sangue proveniente dall’apparato digestivo si immette nel circolo epatico e questo fa in modo che le cellule epatiche estraggano dal sangue tossine e sostanze nocive prime che queste raggiungano il circolo sistemico, tramite le vene epatiche. Di qui comprendiamo l’importanza di capire come non far intossicare un fegato e delle conseguenze che questo può avere sulla salute complessiva.Le cellule epatiche controllano il livello dei metaboliti nel sangue che circola ed è grazie al loro ruolo che, alcune sostanze in eccesso vengono immagazzinate ed utilizzate quando si avverte il bisogno. Allo stesso tempo invece gli elementi di scarto e le tossine vengono inattivati o espulsi. Si consideri che le vitamine liposolubili, come la A, la K e la E, vengono assorbite a livello epatico.
  3. Detossificazione.
    L’ammoniaca proveniente dalla scomposizione delle proteine viene convertita dal fegato linvea e quindi allontanata dal corpo umano attraverso le urine. Si ricorda come preservare un fegato e mantenerlo in perfetta efficienza è la migliore garanzia che possiamo offrire al nostro organismo. Per questa ragione dovremmo evitare di costringere l’apparato epatico a lavori extra, sottoponendolo ad un’alimentazione eccessiva e scorretta. Esistono altri fattori secondari che influiscono negativamente sulla buona funzionalità del fegato, perchè contribuiscono ad intossicarlo e appesantirlo e tra questi vanno annoverati lavori eccessivamente stressanti e il consumo di importanti quantità di alcool, di sigarette o di medicinali.

Il fegato è l’organo depuratore per antonomasia ed è importante mantenerlo quotidianamente in forma oppure il rischio che altre malattie o disturbi, anche non direttamente collegati con le funzioni epatiche, potrebbe divenire più concreto, visto che l’apparato epatico funge da regolatore per tantissime altre funzioni, come abbiamo visto.

Qualora avvertissimo già dei sintomi di questo malessere sarebbe opportuno richiedere una biopsia della ghiandola epatica per avere una visione più chiara su quello che non va e valutare la possibilità di ricorrere al lavaggio del fegato, per risolvere la problematica.

Imparare a deglutire bene grazie alla dentosofia

L’ortodenzia olistica spiega gli effetti positivi di un attivatore polifunzionale dentale, non solo sulla salute della bocca, ma su tutto l’organismo.

Il primo movimento che eseguiamo alla nascita è la deglutizione. L’essere umano inizia a deglutire a partire dalla tredicesima settimana di vita intra uterina. Quando ci troviamo all’interno della pancia di nostra madre la deglutizione non è funzionale al processo alimentare, ma ricopre altre funzioni, ugualmente importanti.

La deglutizione, in questa fase, serve attivare la muscolatura facciale e condizionerà enormemente la formazione delle ossa del corpo. Sempre durante la fase prenatale, produciamo circa 1,5 litri di liquido amniotico ogni giorno, contribuendo alla formazione dell’apparato renale e alleniamo la lingua per circa 6 mesi all’azione che ci consentirà di sopravvivere di lì a poco: l’allattamento.

Il gesto a cui noi attribuiamo il significato reale di “deglutizione” viene però imparato solo dopo la nascita, anche se esistono dei fattori che lo possono alterare. Una condizione molto pericolosa potrebbe verificarsi a seguito di un trauma subito al momento del parto o di altre condizioni anomale come l’assunzione di latte artificiale, la cattiva abitudine di tenere un dito in bocca o il ciuccio per troppo tempo o anche dei problemi anatomici, come un frenulo della lingua assai ridotto, rispetto alla media.

Questi fattori condizionano negativamente il comportamento della lingua che, anzichè esercitare una pressione sul palato, fa leva su altre zone del cavo orale.
Si noti come gli esseri umani deglutiscano tantissime volte al giorno, tra le 2500 e 3000 volte ogni giorno. Immaginiamo quale forza possa esercitare una lingua che preme su zone della bocca, anzichè restare ferma sul palato. L’energia sprigionata dai muscoli linguali è tale da poter realizzare molti danni, impedendo a tutti i denti di svilupparsi adeguatamente, come invece dovrebbero.

Il rischio più evidente è che se la lingua andasse a spingere da altre parti la nostra dentatura ne potrebbe risentire moltissimo, al punto da deformarsi, sino a influenzare il nostro aspetto fisico.
Non si tratta però di un mero capriccio estetico, visto che una corretta deglutizione può condizionare la nostra salute complessiva. Il punto esatto su cui dovrebbe pigiare la nostra lingua è un punto preciso, visto che vi sono presenti dei recettori in grado di armonizzare i muscoli della schiena e garantire maggiore equilibrio alla nostra struttura vertebrale.

Di conseguenza, i soggetti che non compiono una buona deglutizione potrebbero risentire di dolori nella postura. Nello stesso punto del palato inoltre vi è un nervo che, se massaggiato adeguatamente dalla lingua, fa sì che alcuni nuclei, presenti nel nostro sistema nervoso, producano più neuromediatori, migliorando i nostri collegamenti logici e infine il nostro ragionamento.
Volendo riassumere questo meccanismo potremmo dire che:

“Quando deglutiamo bene, ragioniamo meglio”

La mappa dei denti ci può rivelare molto, non solo sulle carie e gengivite, ma anche sullo stato di salute di ognuno di noi ed è per questo motivo che approcciarsi a questa disciplina può apportare molto giovamento. Anche la medicina cinese è grande sostenitrice della dentosofia, considerata la presenza di 2 meridiani che arrivano giusto in corrispondenza dell’apparato orale:

  • il vaso governatore, che arriva sino a metà del labbro superiore;
  • il vaso concezione, che arriva sino a metà del labbro inferiore.

Questi 2 meridiani si ramificano nella lingua e nel palato ed è per questo che posizionando in maniera congrua la lingua sul palato possiamo favorire una valida circolazione energetica, come auspicato dalla medicina cinese, ma anche il pilates e alcuni tipi di ginnastica. Allora perchè non sperimentare i vantaggi di utilizzare un apparecchio di dentosofia anche qui in Italia? Dopotutto i bambini occidentali, a causa di un’alimentazione spesso errata e abitudini poco sane come giocare playstation soffrono più di problemi alla dentatura e gengive.

A che cosa serve un attivatore dentale ?

E’ un ottimo metodo per rieducare la bocca a deglutire. Questo strumento ha una specifica forma che servirà per guidare la lingua sul palato, grazie anche alla presenza di una pallina che provvederà a riportare la lingua nella giusta posizione, con effetti positivi su tutto il corpo. Sarà sufficiente eseguire una serie di morsi per far bene ai denti e a tutto l’organismo; dobbiamo solo imparare a farli e per questo servono dei medici abilitati a questa terapia e molta pratica per rendere questo mordere un gesto naturale.

L’uso dell’attivatore plurifunzionale dentale

Molte persone hanno paura di sperimentare i vantaggi della dentosofia perchè temono eccessive dosi di salivazioni, ma assicuriamo che non si tratta di nulla di trascendentale e basterà abituarsi alla situazione per eseguire gli esercizi senza grande disagio. Esiste un modo corretto di utilizzare l’attivatore per denti e questo consiste nell’appoggiare il dorso della lingua contro il palato, stringere i denti e chiudere la bocca. Si dovrà raccogliere la saliva nella parte finale della bocca e quindi deglutire.

Esercizi da fare in caso di muscolo mentoniero iperattivo

I soggetti che soffrono di questo problema orale dovranno svolgere degli esercizi per lo sviluppo della muscolatura labio-mentoniera. I 2 migliori medoti per superare questa problematica sono 2 :

  • l’esercizio della scimmia: prevede il posizionamento della lingua all’esterno della dentatura inferiore, mantenendo la bocca ben chiusa. A questo punto si cercherà di andare quanto più in basso possibile, scandagliando tutta l’area sottostante gli incisivi, da sinistra verso destra.
  • La tecnica delle bolle: prevede la creazione di aria nella bocca e di spingerla verso il basso, sino a gonfiare l’area del mento. Ripetere questa operazione più volte e senza fretta. Più lento sarà il movimento delle bolle d’aria, maggiori saranno i benefici a livello di riarmonizzazione orale.

Quali esercizi svolgere in caso di labbra atoniche?

La tecnica migliore in questi casi è quella del “cucchiaino“. Consiste nell’inserire un cucchiaino da caffè in bocca con la parte concava rivolta verso il palato e di stringerlo tra le labbra, nel tentativo di mantenerlo in equilibrio, per una durata di almeno 15 secondi.
Ripetere l’operazione più volte durante l’arco della giornata, in modo tale da prendere dimestichezza con questo movimento.

Se cercate informazioni sui medici abilitati a questo tipo di trattamento e su come curare i denti potete contattare la dottoressa Racanelli, che in prima persona, ne sta facendo sperimentando questa esperienza i benefici ad essa collegati, esprimendo un’opinione assai positiva. Presto pubblicherà le foto del “prima e dopo” ed ognuno di voi potrà esprimere il proprio giudizio.

L’ortodonzia olistica può aprire delle porte inesplorate e aiutare a stare meglio, serve solo un po’ di coraggio e cambiare il proprio punto di vista, imparando che un dentista non è l’unico professionista in grado di guarire i vostri denti.

Mangiare meno fa bene

Mangiare meno non solo fa bene alla salute, ma secondo quanto rivelato da una recente scoperta scientifica, avrebbe anche numerosi effetti positivi che si ripercuotono sulla qualità della nostra vita quotidiana.

Come mangiare di meno: errori da non commettere
Perché si sceglie di non mangiare molto?
Si può mangiare poco e bene?
Quanto si dimagrisce non mangiando?

Primo fra tutti i benefici di questo approccio alimentare è una riduzione significativa dello stress, che rappresenta uno dei mali per antonomasia del nostro tempo moderno e così frenetico. Altri evidenti risvolti positivi sono l’aumento della resistenza fisica (il che torna a vantaggio di tutte quelle persone che praticano sport come la corsa, il nuoto, ecc.), una qualità del sonno più alta e una vita sessuale più soddisfacente -che non guasta mai-.

Per riuscire a raggiungere questo traguardo, non è necessario diminuire in modo drastico le porzioni: basta infatti ridurre le calorie ingerite di circa il 25% e seguire una dieta parca e frugale, povera di grassi, di salse e di creme, ma ricca di gusto e di tutti quei componenti utili per il buon funzionamento del nostro organismo.

mangiare meno fa bene

Non ci sono particolari requisiti per riuscire a ridurre l’assunzione alimentare quotidiana: è sufficiente seguire pochi trucchi, come ad esempio quello di iniziare il pasto bevendo un bicchiere d’acqua naturale, mettere sotto i denti verdure in abbondanza, pochi lo sanno, ma i vegetali sono degli ottimi riempitivi, anche se comunemente vengono etichettati come “leggeri”.
Si potrà assumere solo una manciata di carboidrati e di cereali e intraprendere abitudini più genuine che abbiano ripercussioni migliori sulla modalità di assunzione del cibo. Alcuni semplici moniti sono quelli di non mangiare mai dai sacchetti o dai contenitori e di evitare fare un giro di tutto il buffet prima di servirsi.

Come mangiare di meno: errori da non commettere

Il primo errore da non commettere se si desidera mangiare di meno per migliorare la forma fisica, la produttività sul lavoro o per un altro scopo è quello di dire “Massì, per stavolta faccio un’eccezione, dopotutto è Natale.”

Questa frase, in apparenza così innocua, spesso è l’anticamera di un circolo vizioso che comincia sempre con grandi abbuffate, continua con sensi di colpa (un esempio classico “Forse non era il caso di esagerare così tanto a Capodanno”), prosegue con diete drastiche o propositi che difficilmente si riesce a mantenere, per poi ricominciare daccapo in occasione di feste o di altri eventi in cui è presente una ricca tavola imbandita.

Un altro errore comune, che è l’esatto opposto del primo, è quello di diminuire in modo drastico le calorie da assumere, pensando di far bene al proprio corpo, senza la giusta informazione né tanto meno senza aver richiesto il parere del medico. In questo caso, oltre al rischio di incappare nelle patologie alimentari più insidiose, come la bulimia e l’anoressia, si mette a repentaglio anche la salute del nostro organismo, privandolo di sostanze nutritive preziose e senza le quali non è in grado di svolgere le sue funzioni al meglio.

Anche la convinzione (peraltro falsa) che se si mangia al ristorante o in casa di amici si perde di vista l’obiettivo rappresenta un errore da non commettere: è possibile infatti mangiare di meno riducendo le porzioni, oppure scegliendo pietanze a ridotto contenuto calorico, senza per questo rinunciare ai rapporti sociali o alle uscite in famiglia o in gruppo.

Per le donne che sono in dolce attesa, o che sognano di avere un figlio, attenzione anche a lasciarsi andare in gravidanza: sebbene sia normale avere le voglie, soprattutto se si sta aspettando un figlio maschio (in questo caso le gestanti tendono a mangiare di più a causa degli ormoni rilasciati dal nascituro), a meno di non volersi ritrovare con venti chili in più, è importante seguire le indicazioni fornite da un dietologo, anche nei nove mesi prenatali.

Gli sportivi invece, soprattutto dopo aver fatto uno sforzo intenso in palestra, dovrebbero evitare di mangiare troppo, perché al contrario di quello che si pensa (ovvero che dopo uno sforzo fisico sia consentito lasciarsi andare), in questo modo non solo si appesantiscono, ma riacquistano anche le calorie perse, rendendo vano l’allenamento fatto per aumentare la massa muscolare e perdere peso.

Sensazioni quando si decide di mangiare poco: quali sono le più comuni?

La prima sensazione che si prova quando si decide di mangiare poco, soprattutto se questa indicazione è arrivata da un dietologo o da un nutrizionista, prevede un senso di rassegnazione, seguito subito a ruota dalla paura di non farcela e di avere fame. Alcuni soggetti, in particolare durante i primi giorni, potrebbero provare anche una tensione nervosa crescente, stress e stanchezza: quest’ultimi sono tutti segnali che il corpo, almeno fino a quando non si abitua, invia al cervello per segnalare una diminuzione del cibo, quindi sono tutti normali e non devono suscitare eccessiva preoccupazione.

Per quanto riguarda la vergogna, ovvero la paura di farsi scoprire e del fatto che gli altri potrebbero giudicare questa scelta, è un’emozione meno diffusa e, di solito, la possiamo riscontrare nei pazienti che hanno poca autostima, e che per questo temono il giudizio di parenti o amici, o che in passato hanno sperimentato patologie alimentari come la bulimia e l’anoressia.

Sensazioni quando si è riusciti nell’impresa

Passati i primi momenti di paura, e una volta che si è riusciti ad abituare il proprio organismo al nuovo regime, si comincia a sperimentare un grande senso di soddisfazione nonché di fiducia nei propri mezzi. Non pochi soggetti hanno inoltre dichiarato di aver provato un forte senso di gratificazione personale, perché mangiando meno non solo sono riusciti a perdere diversi chili, ma anche ad entrare in quei vestiti che non andavano più bene o che desideravano da tempo.

Una dieta frugale apporta anche numerosi benefici sulla salute del cervello, primo tra tutti una maggiore lucidità e un aumento della capacità di fare ragionamenti logici: non per nulla i più grandi scienziati dell’antichità, come ad esempio Pitagora, seguivano un’alimentazione povera di grassi o consumavano piccole quantità di cibo.

Perché si sceglie di non mangiare molto?

Oltre che per il desiderio di seguire una dieta e di non farsi trovare impreparati per la prova costume, molti soggetti scelgono di non mangiare molto per protestare contro la società dei costumi (questo tipo di comportamento lo si trova soprattutto nei santoni indiani, negli eremiti o negli hippies), perché hanno una malattia (alcune patologie, come ad esempio il colon spastico, possono peggiorare con l’assunzione di determinati alimenti), perché soffrono di obesità e, per questa ragione, desiderano perdere qualche chilo prima di sottoporsi ad un eventuale intervento per impiantare un bypass gastrico.

meno cibo ma buono

Altro valido motivo è quello di mantenersi in salute. Molti ultracentenari, alcuni dei quali attualmente viventi in Sardegna, raccontano di essere riusciti a raggiungere questo traguardo invidiabile consumando olio extravergine d’oliva e prediligendo un menù a base di:

  • pesce azzurro,
  • ortaggi,
  • frutta secca,
  • carne magra locale
  • poco vino rosso.

Risultati simili sono stati eguagliati soltanto dai colleghi giapponesi, che mangiano tanto pesce, calamari, polipi, patate dolci, verdure e alghe, e dai greci, che con la loro dieta ricca di olio d’oliva, frutta, verdura, piatti poco elaborati e tisane alle erbe non solo sono i più longevi. Ambo le categorie presentano meno malattie cardiache, tumori e casi di demenza senile e di depressione), anche se nella maggior parte dei casi questo non avviene per una maggiore consapevolezza, ma perché non si dispone di molti soldi e, a causa delle ristrettezze economiche, sono costretti a risparmiare sulla spesa.

Altra ragione per cui le buone forchette limitano al massimo gli eccessi quando sono a tavola può essere perché hanno subito una forte delusione d’amore o sono vittime di un altro trauma psicologico, come una separazione o un lutto.

Si può mangiare poco e bene?

Sì, mangiare poco e bene è possibile. Un esempio ci arriva da un articolo scritto da Umberto Veronesi, celebre oncologo, mancato l’8 novembre 2016 alla veneranda età di novant’anni e fondatore dell’omonima associazione che sostiene la ricerca scientifica alimentare tesa a combattere le diverse forme di tumore, che ha sempre elogiato il regime alimentare dei nostri antenati contadini, caratterizzato da piatti semplici, ma estremamente genuini, perchè ricchi di elementi nutritivi di prima qualità, graditi tanto alle papille gustative, quanto all’intestino.

La popolazione contadina dell’Italia, e più in generale quella che viveva nei pressi del mar Mediterraneo, mangiava infatti poca carne, pesce in abbondanza se abitava vicino alle rive, cereali, pasta, legumi, frutta e verdura. Questa dieta, che al giorno d’oggi è conosciuta come dieta mediterranea, prevede un menu a base di verdura, mozzarella, gallette di riso, olio extravergine d’oliva, carne bianca, riso o farro, gamberi, salmone, petto di pollo, frutta, legumi e, raramente, anche pizza margherita.

Questi cibi, oltre ad essere contraddistinti da un costo molto basso e che non grava in maniera importante sul budget della famiglia, sono anche poco calorici e saziano molto di più.

Inoltre, soprattutto a livello psicologico, il pesce apporta molta soddisfazione, perché oltre ad essere ricco di omega 3 e di fosforo (due sostanze che aiutano lo studio e la concentrazione), è leggero ed è molto gustoso, anche quando viene condito soltanto da un filo d’olio extravergine d’oliva e da un po’ di prezzemolo.

La frutta e la verdura svolgono invece un altro ruolo molto importante: sono infatti utili non solo per prevenire la maggior parte delle malattie cardiovascolari, ma anche per combattere alcuni tipi di cancro, come ad esempio l’adenocarcinoma del colon.

Eppure tutto va fatto con il giusto criterio, rispettando quella che è la predisposizione del nostro organismo, spesso influenzata dalla tipologia del gruppo sanguigno e da intolleranze alimentari. Non è un caso se alcuni soggetti segnalino mal di pancia o indigestioni, anche dopo aver mangiato cibi apparentemente leggeri e freschi, ma senza aver tenuto conto della compatibilità di questi alimenti con il proprio gruppo sanguigno.

Poco e spesso o poco e basta?

La maggior parte dei dietologi consiglia di consumare cinque piccoli pasti al giorno, ma in alcuni casi, come ad esempio la necessità di eliminare tossine che possono risultare dannose per il nostro corpo, possono arrivare a suggerire il digiuno terapeutico.

Questo digiuno, che in genere viene prescritto da un esperto e praticato sotto l’attenta supervisione dello stesso, apporta molti effetti terapeutici e positivi, come una maggiore energia e vitalità e pensieri più leggeri.

Parlando proprio del digiuno, Umberto Veronesi nel suo libro La dieta del digiuno. Perdere peso e prevenire le malattie con la restrizione calorica (edito da Mondadori) affermò che dedicare un giorno alla settimana alla totale astensione dal cibo non solo aiuta a purificare il corpo e a sviluppare il carattere, ma protegge anche la salute dall’obesità e dalla sovranutrizione, due condizioni che, seppur diverse, impediscono in egual modo lo svolgimento corretto del proprio lavoro o di qualsiasi attività intellettuale.

Dopotutto, come affermava lo stesso Veronesi, “Avete già provato a meditare a stomaco pieno?”.

Quali sono infine gli effetti che il digiuno produce sul cervello?

L’apparato celebrale, sentendosi sfidato da questa nuova condizione, incrementa la produzione di proteine (come avviene durante uno sforzo fisico) e, in seguito, promuove la nascita di nuovi neuroni e di nuove connessioni. Ciò porta alla nascita di nuove cellule nervose, quindi ad un miglioramento generale del sistema nervoso, nonché alla produzione di un flusso di energia rinnovato a livello dei neuroni.

Il digiuno intermittente, promosso da Veronesi nel suo ultimo libro (pubblicato prima della sua morte), ha effetti ancora più sorprendenti. Secondo una ricerca fatta da un’équipe universitaria della California del Sud, non solo questa misura “estrema” sarebbe in grado di riparare i danni che possono subire le strutture cellulari, come il DNA, ma anche di migliorare le prestazioni cognitive negli anziani.

Quando mangiare poco?

Alcune persone, credendo di fare del bene al proprio corpo e di riuscire a raggiungere più in fretta il loro obiettivo di mangiare pochissimo, arrivano a saltare la colazione, il pranzo o la cena, o peggio ancora andare a letto senza mangiare nulla. Si tratta di un comportamento sbagliato e che, nella maggior parte dei casi, porta il corpo ad avere meno energia e quindi a vedere come “faticose” quelle attività che prima si svolgevano in modo normale e senza sentirsi eccessivamente affaticati.

Per questo motivo, quando si decide di mangiare poco cibo, è meglio non prendere iniziative personali, ma consultare un dietologo o un nutrizionista per chiedergli suggerimenti su come ridurre l’apporto calorico in modo efficace.

Opinione di chi pensa che mangiare poco non faccia dimagrire

Una giornalista, in un articolo apparso su Eurosalus il 4 aprile 2018, ha scritto che non solo ridurre in maniera eccessiva quello che si mangia è dannoso, ma con il protrarsi del tempo può rivelarsi una soluzione decisamente poco salutare.

Questo parere, sebbene in parte nasconda un fondo di verità, in realtà ad un’analisi più attenta risulta alquanto contraddittorio: difatti, se è vero che mangiare troppo poco può portare a riprendere i chili persi una volta che si ricomincia ad alimentarsi in modo normale, d’altra parte una dieta ipocalorica controllata e bilanciata (quindi meno calorie, ma non per questo meno nutrienti) può portare il soggetto a perdere i chili di troppo. Essere grassi è un problema, ma non avere le idee chiare su come risolvere la siturazione può essere persino più grave.

C’è anche da dire che, se i pareri dei contrari fossero veritieri fino in fondo, mangiare di meno forse non farebbe dimagrire, ma per contro aiuterebbe a prevenire la maggior parte delle malattie, a concentrarsi di più e a stare meglio.

Quanto si dimagrisce non mangiando?

A parte che questa pratica non dev’essere seguita in nessun caso, perché già dopo quattro giorni può provocare gravi problemi di salute, ma dopo una settimana si dovrebbe riscontrare una perdita di tre chili. Si tratta però di una perdita fittizia, perché una volta che si riprende a mangiare, si recupera il peso perso, a differenza invece del digiuno terapeutico, che prevede un’astinenza ragionata dal cibo, sotto controllo di un team di medici.

donna con fegato intossicato

Che cosa intossica un fegato : cibi e metodo per disintossicarsi

Il fegato è un organo che dobbiamo imparare a proteggere perchè in grado di svolgere numerose funzioni nell’organismo e qualora risultasse intossicato, andrebbe ad inficiare il regolare equilibrio nel corpo umano ed è per questo che dobbiamo pulirlo.

Il compito principale del fegato è quello di eliminare ogni tossina dal corpo e mettere l’organismo nelle condizioni migliori di funzionare, anche se di fatto ricopre centinaia di funzioni contemporaneamente, tutte ugualmente importanti. Tra gli scopi principali dell’organo epatico vi è quello di scindere i cibi in prodotti nutrizionali e quindi utili al nostro sistema corpo.

donna con fegato intossicato

Imparare a conoscere quando il fegato è in difficoltà può aiutare a prevenire pericolose situazioni e migliorare le nostre condizioni generali di salute, facendoci comprendere l’importanza di ripulirlo. Esistono alcuni segnali inequivocabili che servono a riconoscere un apparato epatico risentito, che ha qualcosa che non funziona bene.

Gambe e piedi ingrossati
Un fegato intossicato fa ingrassare?
Altro sintomo: alitosi continua
Lividi e cattiva coagulazione del sangue
Alimenti disintossicanti

Le malattie del fegato sono centinaia la cui origine varia a seconda del soggetto e della situazione di vita della stesso. Alcuni disturbi potrebbero essere congeniti ed essere collegati a caratteristiche ereditarie, altri invece avrebbero delle relazioni più strette con le abitudini quotidiane. In effetti, molte malattie epatiche si manifestano a causa del consumo smodato di alcool o all’assunzione scriteriata di sostanze con effetto stupefacente. In questi casi si parla anche di fegato alcolizzato e della necessità di depurarlo per mantenerlo efficiente.

Quando un fegato funziona male si gonfia dolorosamente e risulta incapace di affrontare eventuali attacchi batterici, provenienti da virus esterni. In questi casi si parla di fegato ingrossato o grasso e risulta uno dei modi più evidenti con cui questo organo così prezioso segnala di essere intossicato e di necessitare una depurazione.

Dove si avverte il dolore ? In quale zona del corpo si soffre di più ?

La sensazione più frequente è quella di provare un dolore persistente nella zona alta e occidentale dell’addome, da non confondere con quella di una pressione sul lato sinistro, specie dopo che si fa sport, che invece è circoscrivibile alla milza o a un comune “debito d’ossigeno”.

Che tipo di dolore si percepisce ?

Inizialmente si sente un leggero fastidio, anche se con il passare del tempo questa fitta può acutizzarsi e rendere problematico anche camminare o restare in posizione eretta.

Esistono altri segnali che indicherebbero un fegato intossicato ?

Si, il rigonfiamento non riguarda soltanto l’organo epatico, ma anche altre parti del corpo, risultando ancora più evidente. Sono le estremità del corpo e quindi gambe e caviglie, le zone che tendono ad aumentare il proprio volume. Accade così che un fegato tossico, nel tentativo di stare meglio, cercherà di ripararsi dando origine a tessuto cicatriziale. Più tempo condanniamo il fegato alle tossine, maggiore sarà il tessuto cicatriziale che si formerà e peggiori i danni che procurerà sull’organismo, a cominciare dal manifestarsi dell’ipertensione portale. Questo tipo di disturbo è collegato con l’ipertensione che investe le vene presenti nel fegato, la cui conseguenza più immediata è quella di accumulare liquido nelle gambe. Questo disturbo viene etichettato come “edema” e non causa dolori evidenti, al di là delle ripercussioni estetiche che può avere un problema di questo tipo, specie su di una donna, visto che può generare un rigonfiamento delle gambe e delle cosce. La presenza di segnali come questo rendono ancora più urgente una disintossicazione epatica.

Con un fegato intossicato si dimagrisce o si ingrassa ?

Dipende. Anche se è riconosciuto come l’aumento delle tossine nell’apparato epatico possa far ingrassare. Il soggetto tende ad accumulare chili di troppo e spesso ignora le cause. Succede così che si ritrovi ingrassato senza collegare questa circostanza all’aver mangiato di più. Può accadere persino che l’individuo, nella speranza di dimagrire, si iscriva in palestra o si dedichi a qualche attività sportiva, ma senza per questo ottenere dei miglioramenti evidenti.

Tutto questo potrebbe infatti dipendere dal cattivo funzionamento di un fegato e qualora non ce ne si accorgesse in tempo, il rischio sarebbe quello di accumulare tanto grasso, sempre più difficile da smaltire. La nostra alimentazione, anche quando non sembra particolarmente abbondante, potrebbe contenere dei cibi sbagliati, come nel caso di quelli contenenti dolcificanti artificiali. Altro modo semplice per aumentare il livello di tossicità all’interno del fegato è quello di abusare di farmaci, soprattutto ansiolitici. In tutti questi casi accade che le tossine non espulse sedimentino nei tessuti adiposi del corpo umano, provocando un aumento di peso, anche considerevole. Solo una pulizia corretta del fegato può consentire un ritorno al proprio peso forma.

Paradossalmente, se alcuni soggetti potrebbero registrare un aumento di peso, in altri si potrebbero verificare persino delle riduzioni dell’appetito. Nonostante tutto quello che potremmo pensare sull’argomento, percepire una costante nausea che ci terrà lontani da succulenti piatti non è mai cosa piacevole. Perdite improvvise di taglie e inappetenza potrebbero nascondere dei problemi più seri per il nostro fegato. Tra i sintomi più problematici vi è una febbre leggera, ma costante, che, assieme ad una difficoltà digestiva, che può sfociare nel vomito, segnala il cattivo stato di salute in cui si trova l’organismo.

L’alito cattivo può essere un indizio altrettanto valido ?

Assolutamente sì. Quando la puzza dell’alito non deriva dall’assunzione di un cibo specifico e perdura nel tempo, significa che qualcosa di cattivo sta accadendo al nostro interno. Anche se sarebbe più facile pensare che sia la bocca la fonte del nostro problema di alitosi, in verità potrebbe essere il fegato a condizionare in maniera negativa lo stato olfattivo del nostro fiato. Nel corpo umano ogni elemento è connesso l’un l’altro è non è difficile dimostrare che un organo come il fegato possa influenzarne altri. In caso di alito cattivo, causato da un fegato ingrossato perchè pieno di tossine, si parla di fetore epatico. Quando gli amici ci segnalano in più occasioni una fiatella sarebbe meglio non sottovalutare questo sintomo, perchè è uno dei primi che caratterizza un eventuale danno epatico e funziona da spia per eventuali azioni di prevenzione.

Le allergie possono essere annoverate tra i sintomi di un fegato che bisogno di depurarsi ?

Sì, perchè rappresentano la manifestazione più evidente di un fegato pigro e sovraccaricato. Quando il numero di sostanze che entrano nel sangue è eccessivo, l’apparato celebrale riconosce che si tratta di allergeni e rilascia anticorpi e sostanze chimiche come le istamine, che come conseguenza più diretta provocano eruzioni cutanee e pruriti su specifiche parti del corpo. Le aree più esposte alle allergie epatiche sono i piedi e le mani che, soprattutto di notte, sembrano peggiorare la propria condizione, al punto da causare insonnia nei soggetti afflitti da questo male.

Questo accade perchè un fegato debilitato non è più in grado di contrastare e quindi eliminare le molecole nocive che avranno quindi degli effetti negativi su di noi.

E’ vero che si diventa gialli quando qualcosa non va a livello epatico ?

Occhi e pelle giallastra sono evidenti segnali di ittero che, anche se non rappresenta una malattia, può marcare un male epatico, anche piuttosto evidente. L’accumulo di bilitulina è un effetto di questo malfunzionamento e non è altro che un pigmento giallo, generato dalla scomposizione di globuli rossi morti nel sangue.

Si può capire se il fegato è intossicato dal colore della pipì?

In linea di massima, sempre a causa dell’ittero, quando accumuliamo tossine nel corpo la nostra urina diventa molto più scura del solito, segno dell’alta concentrazione di birilubina. L’aspetto estetico però non deve spaventare più di tanto, perchè indica ugualmente che è in atto un tentativo di espulsione di queste sostanze tossiche da parte dei reni, ovvero un fatto assolutamente positivo. La pipì di un soggetto che ha raggiunto un’alta tossicità a livello epatico può risultare rosso scuro, sino ad arrivare a tonalità di marrone. Che la pipì cambi colore, a seconda di quello che mangiamo durante quella giornata, è piuttosto normale, i particolari che invece dovranno suonare come un campanello d’allarme sono:

  1. la incongruenza tra quello che assumiamo e il ripetersi di minzioni molto scure;
  2. il manifestarsi oltre alle urine più scure, di feci bianche o contenenti sangue.

Altro sintomo possibile : tanti lividi

Quando notiamo la presenza di ematomi non attribuibili a particolari circostanze come cadute o colpi subiti, potrebbe essere un effetto secondario di un risentimento del sistema epatico. Infatti ogni livido è l’effetto visivo di un danneggiamento di vasi sanguigni a cui un fegato in forma dovrebbe ovviare producendo proteine per la coagulazione del sangue. Quando l’organo epatico non è al 100% i vasi del sangue diventano più fragili e la presenza di lividi e forme di sanguinamento sottocutanee si fanno più diffuse. Il risultato di questa debolezza è l’emergere di tante ecchimosi e botte involontarie.

Quando si ha il fegato stanco ci si stanca di più

Si entra in uno stato di stanchezza cronica prolungato che non si può spiegare solo come l’accumulo di stress lavorativo o come l’effetto collaterale di relazioni sentimentali tumultuose che si ripercuotono sulla psiche quanto sul fisico. In molti di questi casi, il vero responsabile di questa fiacca, che ci impedisce di svolgere attività che sino a poco tempo prima reputavamo semplici, è ancora una volta il fegato. E’ lui l’organo capace di elargire energia al corpo, perchè in grado di trasformare glucosio in glicogeno e di farne delle scorte, in funzione di un uso successivo, quando ne avrà bisogno.

Cosa fare per curare un fegato malato?

Una volta constatato mediante analisi del sangue che nel fegato qualcosa non va, è importante offrirgli un periodo di riflessione, una vera e propria pausa da tutto quello che lo sta intossicando. L’apparato epatico vanta proprietà autorigeneranti ed è per questo che smettendo per 2 mesi di assumere alcolici oppure impostando una dieta sana, che escluda cibi spazzatura, è possibile ottenere risultati sorprendenti e recuperare gran parte della funzionalità di un fegato. Esistono ad esempio dei nutrimenti eccellenti, ideali per migliorare le prestazioni di uno degli organi più importanti che abbiamo.

cibi buoni per la salute epatica

Tra i cibi che fanno bene al fegato ricordiamo:

  • la curcuma,
  • ‘olio extravergine d’oliva,
  • il the verde,
  • verdura e frutta biologici.

Consigliamo pertanto di utilizzarli di frequente nella preparazione di gustose ricette, perchè in grado di scoraggiare la formazione di calcoli al fegato.

Ad ogni modo, la pratica del lavaggio del fegato è quella più indicata per riequilibrare le funzioni epatiche nell’organismo e cercare di recuperare una salute che ci sta sfuggendo di mano. Chi cura il fegato grosso è chi conosce molto da vicino la condizione di un fegato che punge o di un dolore intenso ad esso collegato. Guarda le foto delle tossine espulse attraverso le feci quando la stessa dottoressa Racanelli si è sottoposta ad un lavaggio completo e immagina come è realistico pensare di sentirsi molto meglio una volta allontanati dal corpo tutte quelle nocività.

Chi l’ha detto che chi visita il fegato di un malato non sperimenti in prima persona l’efficacia di una pulizia in caso di mal di fegato?

Si tratta di un atto di responsabilità da parte di una dottoressa che vuole sperimentare in prima persona che cosa andrà a fare sui suoi pazienti ed è per questa ragione che si sottopone più volte all’anno a questo sistema per disintossicare il sistema epatico.

Chiedi maggiori info su cosa consiste, contattaci.

emorroidi disegno

Come far rientrare le emorroidi senza ricorrere a farmaci

Il problema delle emorroidi è purtroppo molto frequente e crea molto imbarazzo nel soggetto che ne è afflitto. Questa condizione di vergogna spinge il paziente colpito da questo disturbo a trovare una soluzione immediata che gli consenta di vivere la quotidianità in maniera più serena.

La prima cura tentata da ogni individuo che si accorge di avere le emorroidi interne è rappresentata da una crema, reperibile in farmacia o anche in erboristeria. Si tratta di un palliativo molto blando, che colpisce soltanto la superficie del problema e non lo affronta nel complesso.
La vasodilatazione venosa, associata alla perdita di sangue è un fenomeno così appariscente da non permettere a un paziente di esaminare il problema con lucidità e lo costringe a fare una scelta rapida, influenzata dal bisogno di far rientrare in tempi stretti le emorroidi.

emorroidi disegno

In fin dei conti l’utilità delle creme vasocostrittrici non è vana, perchè offre un sistema di cura super veloce che almeno impedisca al paziente di trovarsi nelle condizioni di sanguinare in pubblico o quando si è a lavoro. Ad ogni modo, per ovviare al fastidio legato alle emorroidi interne è meglio cercare un metodo naturale che possa portare benefici in un arco temporale maggiore.

I rimedi fitoterapici contro le emorrodi

Tra le soluzioni fitorerapiche migliori, utili a contrastare a monte il disturbo delle emorroidi vi è il macerato glicerico di ippocastano, da non confondere con la tintura madre. Il macerato è in grado di agire molto più in profondità ed è per questo che va preferito alla tintura madre. La posologia consigliata è quella di 40 gocce, da assumere per due volte nell’arco della giornata. Qualora la presenza di emorroidi fosse abbondante sarebbe auspicabile optare per un dosaggio maggiore, aumentando le assunzioni da 2 a 3. Se i dolori nella zona rettale sono percepiti come insostenibili sarebbe meglio tendere verso la seconda opzione.
Adottando questa cura si otterrà un restringimento venoso e pertanto un miglioramento effettivo.

Affiancare a questo sistema le pomate anti emorroidi e i cuscini a ciambella può alleviare i dolori, ma per un risultato ancora più efficacie sarebbe meglio seguire la cura fitoterapica, accompagnandola all’uso di questi oli:

  • neem,
  • olio di perico,
  • quello di girasole con aggiunta di ozono,

Impiegando questi oli si avrà la sanificazione della mucosa, disponendo una protezione ulteriore che ne preservi l’integrità. Si tratta di un modo assai valido per contenere l’irritazione rettale in atto.

Cosa mangiare con le emorroidi

Anche nel caso di questo disturbo sarà importante seguire una particolare dieta, visto che esiste una correlazione assai diretta tra quello che mangiamo e il manifestarsi di un prolasso. Essendo le terribili emorroidi la rappresentazione di un infiammazione e quindi di produzione di calore si dovranno evitare tutti quei cibi caldi o bollenti come ad esempio:

  • pomodori,
  • spezie,
  • peperoncino,
  • zenzero,
  • solanacee,
  • carni rosse,

Si tratta di alimenti che non vanno bene per chi ha le emorroidi o per tutti coloro i quali ne vogliano prevenirne la nascita. Va fatta particolare attenzione nell’assunzione dei nutrimenti presenti in questa lista quando fa caldo, ovvero in estate, quando le temperature ambientali aumentano e con loro anche i rischi di proliferazione di emorroidi nella zona anale.
Visto che le alterative nel menù giornaliero non mancano, soprattutto nella cultura gastronomica italiana, è buona regola cercare delle “alternative fredde” a questi cibi che fanno male al colon.

Non trattenere la cacca

Sembrerà strano ma una delle cause delle emorroidi è legata alla difficoltà di alcuni soggetti di evacuare regolarmente. Dovremmo impegnarci ad andare in bagno ogni qual volta ne sentiamo il bisogno, evitando di posticipare il momento, soltanto perchè proviamo disagio nel defecare in un gabinetto che non sia quello di casa o perchè occupati a sbrigare una faccenda più urgente. Non c’è nulla di più urgente ed importante di mantenere un intestino libero ed attivo ed è per questo che il Centro Heliantus punta molto sull’idrocolonterapia.

Anche delle feci eccessivamente dure possono creare costipazione e pertanto si consiglia l’uso di fermenti lattici che possano ottimizzare il passaggio delle feci, oppure l’uso di cuticola di psillio, affinchè di regolarizzi il movimento intestinale.

Se si è alla ricerca di altri rimedi super naturali che tengano in scacco le emorroidi si potrebbe puntare su malva e piantaggine, ovvero erbe spontanee che si trovano abitualmente nelle campagne italiane. In questo caso le due piante selvatiche andrebbero tenute in ammollo in acqua calda per 10 minuti circa e andrebbero usate per tamponare la zona infiammata, ovvero quella vicino all’ano, consentendo la decongestione di quell’area.
Queste erbe leniscono l’infiammazione in corso soltanto se consumate fresche. Si sottolinea come utilizzarle in versione “secca”, acquistandole in erboristeria non garantisce affatto gli stessi risultati positivi. Stesso discorso va fatto quando si ricorre all’aloe vera che è risultata molto più efficacie quando prelevata direttamente da pianta e non sotto forma di crema o pomata.

Per mantenere un controllo adeguato della situazione ed evitare pesanti ricadute, si potrebbe aiutare il proprio corpo bevendo regolarmente tisane, con funzione disinfettante e rilassante nei confronti del colon. Tra gli ingredienti più appropriati da utilizzare negli infusi si consiglia la mamelide e la vite rossa.

gorilla animale con espressione simile all'uomo

Differenza occhio umano e occhio animale

Tutti gli animali, dagli invertebrati ai mammiferi, hanno gli occhi: sono indispensabili per chi ha il senso della vista. Cambia solo la maniera di vedere. Ci sono animali che vedono a colori e altri in bianco e nero, altri vedono di notte e alcuni persino da lunghe distanze. L’occhio umano e l’occhio animale hanno delle differenze: specialmente la visione umana esige delle cure particolari, come la scelta dello schermo TV.

 

Vista umana e vista animale, le differenze
Differenze occhio umano e animale
Vista umana, i fotorecettori e i colori
Come salvaguardare la vista
Occhi, la distanza corretta per guardare la TV
Occhi animali, le differenze
Come vedono gli insetti
Vista dell’aquila
Gli squali vedono sott’acqua?

 

Vista umana e vista animale, le differenze

Tutti gli animali hanno occhi o altri organi analoghi creati da Madre Natura allo scopo di vedere il mondo, ogni specie a modo suo. Anche gli invertebrati più semplici, gli insetti più piccoli, persino le meduse, per il 99% composte da acqua, hanno cellule sensibili alla luce che fungono da occhi. Ma a questo punto, sorge una domanda: come vedono gli umani e gli animali?

Anche se molti animali hanno occhi simili a quelli della specie umana, la scienza sa che il modo di vedere è differente: la vista umana è unica in natura, condivisa solamente dalle scimmie antropomorfe e poche altre specie. Ogni animale ha sviluppato il suo modo di vedere e gli organi visivi si sono adattati. Ci sono i gatti che hanno la capacità di restringere e allargare all’estremo la loro pupilla, evidenziando la loro iride e, in notturna, i caratteristici occhi gialli.

gorilla animale con espressione simile all'uomo

Differenze occhio umano e animale

Protagonista indiscussa del senso della vista è la luce. Essa è definita una forma di energia radiante, peraltro costituita da un insieme di piccole particelle energetiche chiamate quanti o fotoni. Si tratta di una radiazione elettromagnetica e quindi è costituita da onde con diversa lunghezza, frequenza ed ampiezza. Quando la lunghezza d’onda risulta compresa tra 400 e 700 nm, la luce può essere rilevata dal sistema visivo umano e rientra nello spettro delle radiazioni visibili.

Queste vengono percepite come blu se la lunghezza d’ onda è di circa 400 nm, il magenta e il verde fino al rosso riescono ad essere percepiti quando la radiazione tocca i 700 nm.

Il fenomeno visivo nell’occhio umano ha inizio quando la luce, a contatto con la retina, viene trasformata in impulso elettrico. Esso intraprende un viaggio lungo le vie ottiche e ha come meta la corteccia occipitale, luogo in cui viene convertito in punti immagine. L’occhio è una macchina perfetta, in grado di funzionare egregiamente e garantire delle prestazioni elevate perchè ogni parte dell’occhio svolge uno specifo ruolo in maniera coordinata, garantendo quello che viene definito sistema ottico.

Vista umana, i fotorecettori e i colori

Il piano di percezione è composto dai fotorecettori. Si tratta di cellule sensibili alle radiazioni luminose, rappresentati dai coni e dai bastoncelli. Per capire la visione animale, bisogna fare una distinzione precisa tra questi elementi. I coni sono 6 milioni e si collocano in prevalenza al centro della retina. Sono fondamentali per la visione diurna, in quanto sono adattabili alla luce e permettono di distinguere i dettagli e soprattutto i colori. I bastoncelli invece sono circa 100 milioni e servono per la visione notturna. Essi si trovano alla periferia della retina e risultano molto più sensibili alla luce rispetto ai coni.

Si evince quindi che ogni specie ha un sistema visivo che si è evoluto diversamente, sviluppando delle caratteristiche adatte al proprio habitat e stile di vita. Più la parte centrale della retina è sensibile, migliore è l’immagine inviata al cervello e, nel caso degli uomini, i coni e i bastoncelli sono ben integrati da favorire la visione alla luce del giorno.

Lupi, gatti e cani, ad esempio, hanno invece una retina ricchissima di bastoncelli e perciò più adatta all’oscurità del crepuscolo e della notte, momento in cui possono cacciare indisturbati essendo animali notturni allo stato selvatico. Perché gli occhi dei felini si illuminano al buio? Grazie a uno strato composto da cristalli di guanina denominato tapetum lucidum, il quale riflette naturalmente come un catarifrangente i bagliori di luce che sono presenti in un determinato ambiente notturno.

Se un animale cieco è facile preda dei suoi nemici naturali o del branco stesso che lo emarginerà a nome della sopravvivenza del gruppo, gli esseri umani dovrebbero accettare alcuni suggerimenti per poter preservare la vista, in quanto è un senso fondamentale per sopravvivere.

Come salvaguardare la vista

L’occhio, in generale, sfrutta lo stesso principio della telecamera. La cornea e il cristallino fungono da lenti che, come un obiettivo, catturano le immagini e le mettono a fuoco. Le immagini sono proiettate sulla retina, Il corpo umano è una macchina straordinaria: anche se un settore non funziona a dovere, automaticamente scatta un meccanismo per il quale l’individuo si adatta alla situazione, sviluppando e amplificando gli altri sensi per sopperire alla mancanza.

La vita moderna non impone l’obbligo di procacciare il cibo o di sfuggire ai predatori, però non significa che gli occhi non si debbano preservare. Sarebbe opportuno far riposare la vista mediante esercizi specifici e rispettando le pause previste per chi lavora con i terminali. Oltre a visite mediche periodiche e indossare occhiali o lenti a contatto adeguati in caso di difetti visivi, è fondamentale mantenere una distanza adeguata dallo schermo della televisione o dal monitor.

Per quanto riguarda i bambini, è consigliabile che non superino le due ore di impegno visivo nell’arco della giornata. Per tutti, diventa fondamentale una illuminazione diffusa e uniforme nell’ambiente in cui si trova l’apparecchio. Lo schermo televisivo emette radiazioni, però in bassa quantità e per questo non sono affatto pericolose per l’occhio, ma possono affaticarlo. L’illuminazione ambientale circostante riduce lo sforzo visivo con un intervallo tra stimolo e reazione cerebrale. Senza riverberi e riflessi, inoltre, si migliora la percezione dei dettagli delle immagini, del contrasto e del colore.

Occhi, la distanza corretta per guardare la TV

Una nota a parte merita la dimensione dello schermo TV. Bisogna osservare la regola della distanza tra schermo e osservatore. Essa si misura in base alla lunghezza in cm della diagonale dello schermo, indicata di solito in pollici, moltiplicata per cinque. Ad esempio, una TV a cristalli liquidi da 28 pollici, con una diagonale di circa 70 centimetri, andrebbe guardata ad una distanza di 3,5 metri in quanto 0,7×5 = 3,5.

Per quanto riguarda gli schermi ad alta definizione, definiti anche HD, si deve tenere conto della capacità dell’occhio umano di percepire due punti distinti. Se si possiede un Full HD, si deve moltiplicare la diagonale dello schermo per 1,5, mentre per un modello HD si moltiplica la sua diagonale per 2,3. Naturalmente, in un soggetto affetto da patologia come la maculopatia o degenerazione maculare senile, la distanza dallo schermo può essere ridotta, senza per questo arrecare danni all’occhio. Si sottolinea inoltre che la luce emessa dagli schermi al LED non danneggi le cellule della retina: per ora, gli studi non hanno portato a dei risultati degni di nota.

Occhi animali, le differenze

Ogni specie animale, come già sottolineato, si è infatti evoluta adattando la propria visione all’habitat.  Non si può definire chi veda meglio o peggio, in quanto anche le talpe vedono bene da vicino e nel buio più completo delle loro tane. I cani e i gatti, come già accennato, non riconoscono i colori però vedono bene nella penombra e al crepuscolo. Le mosche e gli insetti in genere non distinguono chiaramente le forme, ma vedono un numero maggiore di immagini fisse al secondo -fps-, 200 circa contro le 18 dell’uomo. Si spiega perché un movimento, che all’occhio umano appare rapido, per una mosca è invece composto da singole immagini fisse.

Come vedono gli insetti

Il sistema visivo degli insetti è dunque ideale per sopravvivere alle insidie dei predatori o per catturare al volo le prede. Merito degli organi fotorecettori. Essi corrispondono ai cosiddetti occhi composti o ocelli, i quali variano da uno a ventimila a seconda delle specie. Le mosche e le libellule sono tra gli insetti che hanno un campo visivo caratteristico. Le prime, anche se non distinguono chiaramente le forme, vedono 200 immagini fisse al secondo, mentre le seconde invece hanno una visione a 360 gradi a causa diametro degli ocelli.

Le farfalle e le api riescono a vedere gli ultravioletti, per questo riescono a distinguere i maschi dalle femmine e sono attratte dai pistilli e non dai fiori, in quanto per loro non sono visibili neanche se sono dotate di un colore acceso.

Vista dell’aquila

I rapaci hanno un punto centrale dell’occhio che funziona come un teleobiettivo e ingrandisce particolari di tutto ciò che si vede, ed è per questo che esiste il modo di dire occhio di falco. Questa funzione d’ingrandimento è abilitata da una particolare zona della retina, la fovea, nella quale le cellule della visione sono molto concentrate.

Se nell’uomo vi sono circa 200 mila coni per millimetro quadrato, nella fovea dell’aquila ve ne sono 1 milione e questo fa sì che l’immagine percepita dall’occhio del rapace abbia una parte centrale ingrandita di 2,5 volte e ad altissima definizione. Per quanto riguarda la visione diurna e notturna, la vista dell’aquila eccelle in pieno giorno, ma scarseggia di notte, al contrario di quella di altri rapaci come il gufo e la civetta. Inoltre, i rapaci e gli uccelli in generale vedono molto bene i colori ed è grazie a questa capacità che riescono a distinguere i maschi, molto colorati, dalle femmine.

Gli squali vedono sott’acqua ?

Altri animali sono invece sensibili agli infrarossi, per esempio i serpenti, che vedono le prede a sangue caldo grazie a recettori termici posti sotto gli occhi e che il cervello associa alla visione oculare, mentre gli squali, che l’immaginario collettivo li vuole quasi ciechi. In realtà, tra la maggior parte degli animali marini è quello che ha la visione più sviluppata. Infatti, essi hanno una vista sviluppata da lontano e da vicino e inoltre hanno una sensibilità ala luce superiore a quella umana di 10 volte. Son in grado di vedere una preda da ben 100 metri di distanza e percepiscono i colori. Soprattutto quelli sgargianti.

paura di bambino

Le conseguenze di avere paura di fare la cacca da piccoli

Il passaggio dal pannolino al vasino, per un bambino, è una tappa fondamentale della sua crescita. Mamma e papà devono fare molta attenzione a questa tappa, onde evitare conseguenze pesanti in età adulta. Sembra incredibile, eppure sono tanti i bimbi che si rifiutano di defecare e molte mamme si chiedono se sia il caso o meno di consultare il pediatra o lo psicologo allo scopo di stabilire se sia una fase normale o se dietro ci siano problemi più gravi.

Perché si ha paura di fare la cacca?

paura di bambino

Perché i bambini trattengono la cacca
Conseguenze del non defecare
Come togliere il pannolino al bambino con serenità
Cacca addosso, i rimedi

Perché i bambini trattengono la cacca

Il passare dal pannolino al vasino è una delle tappe più difficili che un genitore si troverà ad affrontare. Anche per il piccolo non è certo uno scherzo, tanto che è perfettamente normale che abbia un atteggiamento di totale rifiuto verso questa pratica, un po’ per pigrizia (farla nel pannolino è più facile, tanto c’è mamma o papà pronti a cambiarlo), un po’ perché hanno paura di farla nel vuoto. Si crede che il passaggio al vasetto in vista dell’ingresso alla scuola materna e per una corretta crescita sia indispensabile.

Spesso, però, alcuni atteggiamenti derisori da parte degli adulti inducono l’infante a trattenere la pupù o avere difficoltà a fare i bisogni nel suo vasino. Il bisogno di fare la cacca viene riconosciuto dai bambini, salvo alcune eccezioni dovute a patologie mediche. Ad esempio, il bambino piange disperato di fronte allo stimolo e si rifiuta di rilasciarla semplicemente a causa di una o più ragadi anali, dolorose e fastidiose, per fare un esempio. Si sa che i bimbi sono capricciosi e non sopportano il dolore e tendono ad evitare i fastidi, saltando direttamente l’ostacolo.  Però, quando si tratta di fastidi a livello psicologico o di veri e propri traumi, i problemi si raddoppiano.  Per questo, prima di prendere appuntamento con uno psicologo infantile, è meglio attenersi ai consigli del proprio pediatra di fiducia, in quanto si possono lanciare degli allarmi infondati basati su statistiche anche improbabili.

 

La paura delle feci e degli escrementi propri ed altrui, nota come Scatofobia o Coprofobia, può essere la causa del perché ci si rifiuta di defecare anche in età adulta. Viene anche confusa con la Catisofobia, ovvero la paura di sedersi. In realtà, le fobie possono essere collegate e hanno più o meno le stesse cause fisiche, mentre sono diverse dal punto di vista psicologico. Ogni fobia è legata a uno scompenso emotivo. Ogni essere umano ha bisogno di creare una relazione con il mondo esterno e ha bisogno di stimoli e di elementi per nutrirsi e dissetarsi, altrimenti non si può sopravvivere. Ovviamente, gli alimenti e i liquidi che entrano nel nostro organismo vengono elaborati, per poi espellere il superfluo.

Questa semplice legge naturale, per alcune persone equivale a una perdita. I bambini piccoli, specie con carenze di affetto, estendono alla pipì e alla cacca una specie di possesso di qualcosa di valore, accentuata dall’interesse di mamma e papà. Del resto, i medici suggeriscono di controllare le feci del neonato per capire se sia in salute. Il bimbo può usare la defecazione come oggetto di scambio: fai la cacca e ti compro il gelato/ il giochino. Un tempo, si risolveva il capriccio con due sculacciate, ora invece si è scoperto che il trattenere la popò significa anche trattenere le emozioni più intime, non cedere alla pressione e illudersi di essere autosufficiente senza il supporto del mondo esterno e che il bambino ha già dall’infanzia una scarsa autostima, per questo manifesta conflitto, incomprensioni e risentimento verso i familiari o un adulto in particolare in questo modo. Anche se significa farsi i bisogni addosso.

Conseguenze del non defecare

Si stima che molti infanti abusati psicologicamente e/o fisicamente abbiano questo problema sia per il dolore proveniente dalle ferite degli sfinteri, sia perché prova vergogna e disagio.

Lo stesso risultato si ottiene se insegnanti, genitori o adulti che hanno un certo peso nell’educazione del bambino lo rimproverano quando se la fa addosso. Per paura, la prima reazione è quella di trattenere le feci anche per giorni interi, con conseguenze molto pericolose. La prima è senza dubbio la stitichezza, poi subentrano infezioni date da batteri e virus che proliferano nell’intestino. In età adulta si può estendere a disordini alimentari come bulimia e anoressia, oltre che avere delle conseguenze molto pesanti oltre a dolore e gonfiore addominale e sensazione di intestino pieno.

Ad esempio, si può essere soggetti a un intestino facilmente irritabile, a emorroidi, a sanguinamento rettale, fistole anali, a patologie a determinati organi interni e soprattutto stipsi cronica, casi di polipi al colon e al retto che si possono tramutare in cancro vero e proprio. Il trattenere le feci è più facile che non l’urina, ma questa pratica fa sì che i ristagni di esse nell’intestino e nel retto formino una massa talmente dura che la normale azione del colon non è sufficiente per espellerla. Questo disturbo si chiama fecaloma ed è frequente nei bambini e negli anziani. In casi gravissimi, si ricorre a un intervento ospedaliero d’urgenza, ma prima si tenta di ammorbidire la massa facendo assumere al paziente dell’olio minerale per via orale o rettale, con un clistere di pulizia, a patto che si sconfigga la paura. Una volta ammorbidito le scorie, si procede alla rottura e alla rimozione di buona parte della cacca indurita inserendo una o due dita nell’ano, o con una peretta apposita, meno invasiva e traumatica (specie per i bambini molto piccoli).

Come togliere il pannolino al bambino con serenità

Come già detto, è fondamentale che il passaggio tra pannolino usa e getta e vasino/wc sia più sereno possibile e senza traumi. Prima di tutto, bisogna capire se il bimbo sia pronto per questa fase, quindi si consiglia di alternare i due strumenti, magari nelle uscite fargli tenere il pannolino, mentre a casa si può procedere prima con i pannolini mutandina e poi solo con le mutandine, ma se si vede che il pannolino rimane asciutto, è meglio eliminarlo anche per le uscite. Il bambino si dimostra pronto quando si nota che segue i genitori o gli adulti quando vanno in bagno e dimostra particolare curiosità riguardo al water. Se non si vuole prendere il vasino, esistono anche dei riduttori per wc, così da facilitare il passaggio successivo.

SI può far trovare al bambino dei libri illustrati o dei giochi in bagno, in modo che sia invogliato ad andare per giocare. Il genitore o chi per lui, ogni ora, dovrà proporre con tono entusiasta di andare a fare la pipì o la popò a cadenza regolare e non domandargli mai se gli scappa, altrimenti riceverà un secco no come risposta. Inutile far sparire il pannolino da un giorno all’altro, specie in concomitanza con il primo giorno di scuola o la nascita del fratellino accampando la scusa che ormai è grande. Sarebbe controproducente e indurrebbe ad alimentare le sue insicurezze e la paura di fare la cacca nel vuoto. Incidenti di percorso capitano anche agli adulti, quindi vietato umiliare il bambino per qualche goccia di pipì o per la popò fatta addosso, anzi. Bisogna incoraggiarlo e soprattutto gratificarlo qualora riesca a farla nel vasino o nel wc con parole e piccoli premi. Per stimolarlo ancora di più, si può leggere insieme a lui delle favole o dei libri per bambini che trattano dell’argomento, facendogli capire che senza la cacca, non ci sarebbe neanche vita, visto che è un ottimo concime.

Cacca addosso, i rimedi

I bambini possono farsela addosso, ma anche gli anziani possono provare questo timore e sentire disagio. L’anzianità porta delle conseguenze, come indebolimento della prostata e dei muscoli pelvici e anali, quindi la minzione e la defecazione può risultare incontrollabile dal soggetto, il quale può sviluppare un meccanismo di difesa e non fare la popò per giorni. Sia per i bambini che tendono a soffrire di encopresi, sia per gli adulti, il sentirsi in colpa per l’insudiciamento della biancheria comporta una forte riduzione dell’autostima con conseguente isolamento e depressione, oppure una eccessiva dipendenza dagli altri, uno scarso controllo dell’aggressività ed episodi di ansia e frustrazione per il cattivo odore e per l’impossibilità di socializzare per paura di essere denigrati e giudicati.

Ovviamente, solo un terapista qualificato può guidare il paziente verso la risoluzione di questo problema, ma in genere, in assenza di impedimenti fisici, la terapia si basa su quattro linee base. La prima è scegliere una dieta adeguata per impedire di fare troppo la cacca e superare l’ossessione della stitichezza e gli episodi di cacca addosso. Si accompagna a un trattamento farmacologico basato sull’usare clisteri, supposte o lassativi specifici, o rimedi naturali come somministrare sciroppo di lattulosio, prugne o crusca nel latte, qualora cii si trova a che fare con bambini molto piccoli o anziani debilitati. Inoltre, si aiuta il paziente ad acquisire una regolarità nella sua vita quotidiana, come dei ritmi alimentari regolari, sonno e una buona igiene personale, nonché si introduce anche l’attività fisica. Infine, la fase di addestramento, ovvero l’apprendere dei metodi di comportamento per riconoscere lo stimolo defecatorio e correre a farla nel vasino o nel gabinetto.

Tutto questo affiancato a un intervento cognitivo per controllare i problemi emotivi e modificare gli atteggiamenti distruttivi, come trattenere le feci da parte del soggetto, o atteggiamenti denigratori di familiari e conoscenti. In questo caso la collaborazione è fondamentale per riacquisire l’autostima perduta, per gestire le proprie emozioni e socializzare senza paura. Diventa frustrante non andare a cena fuori o in campeggio, o semplicemente a fare una passeggiata per paura di emanare cattivo odore e di sentirsi bagnati e con una chiazza marrone sul sedere.

Del resto, personalità di spicco come Paula Radcliffe, maratoneta, ha battuto ogni record alla maratona del 2005 a Londra, ma tutto il mondo l’ha vista mentre la faceva in mondovisione, poi, come se nulla fosse, ha continuato a correre. Lei è stata colpita dalla diarrea del corridore, un disturbo causato dalla troppa adrenalina o qualcosa che si è mangiato stimola il bisogno. Lei era in vantaggio ed è riuscita perlomeno a raggiungere il bordo strada e farla. E, per quanto riguarda gli italiani, anche se non sono atleti, AstroSamantha e Nicola Parmitano sono diventati famosi per aver partecipato alle missioni spaziali, ma anche perché l’hanno fatta nelle loro tute, altrimenti in assenza di gravità, gli escrementi sarebbero in orbita e in bella mostra per tutta la durata della missione spaziale.

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